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Il Vangelo che ha fatto nuove le Acli

07 Aprile 2005

Un ricordo di Giovanni Paolo II. Il suo testamento per le Acli. Luigi Bobba

IL VANGELO CHE HA FATTO NUOVE LE ACLI
Un ricordo di Giovanni Paolo II. Il suo testamento per le Acli

Tutto è cominciato con i giovani. La cifra caratteristica del pontificato di Giovani Paolo II – uno speciale rapporto con le generazioni più giovani – si rivela feconda anche nel comprendere la relazione tra le Acli e questo Papa. Per due ragioni. Perché furono proprio i giovani delle Acli – prima nell’estate del 1982 partecipando ad una Messa nella cappella privata della residenza estiva di Castelfandolfo; poi il 5 gennaio del 1983 con l’incontro dei delegati del XVI Congresso di Ga nella sala Clementina in Vaticano – ad aprire la strada per una nuova stagione dopo la deplorazione di Papa Paolo VI, pronunciata all’Assemblea della Cei il 19 giugno 1971.
Giovani che fanno da battistrada e che sono altresì ricordati in tutti i discorsi che Karol Wojtyla ha rivolto alle Acli. Giovani che sono chiamati in causa sia perché speciali testimoni di un messaggio cristiano che deve farsi, in un tempo di accelerata secolarizzazione, «percepibile, visibile e seducente»; sia in quanto destinatari di una particolare attenzione del mondo adulto nella formazione sociale e spirituale e nel contrasto alla disoccupazione.
C’è un’altra costante nell’insegnamento di Giovanni Paolo II alle Acli. È quella che si enuclea nella affermazione del 1° Maggio del 1995: «Solo il Vangelo fa nuove le Acli». Una frase che è diventata una pietra miliare, il motivo spirituale che più di ogni altro ha ispirato la rigenerazione delle Acli. Una rigenerazione che non poteva non partire dalle radici, dal percepire – come disse Giovanni Bianchi rivolgendosi al Pontefice il 7 dicembre del 1991 – che «la nostra ispirazione cristiana è costantemente sollecitata a tradursi in vita cristiana». Giovanni Paolo II, nel rispondere al saluto di Bianchi, sottolineò che «la decisione di chiamare ‘cristiane’ le vostre associazioni è stata una chiara affermazione che la vita dei credenti in Cristo non riguarda soltanto le scelte personali dei soci, ma investe il modo di pensare e di agire di tutto il Movimento».
Il cerchio si chiude con l’espressione – che il Papa ha regalato alle Acli in occasione dell’incontro del 27 Aprile del 2002 – «voi sapete che la contemplazione cristiana non sottrae, anzi invita all’impegno nella storia». Vi è altresì un altro nucleo ricorrente. Un nucleo che è esplicitato in una forma più evidente nel 2002: «La globalizzazione è il nome nuovo della questione sociale». Il Papa sempre ci ricorda che il lavoro è «chiave della questione sociale». Ma quest’ultima presenta oggi caratteri inediti, che vanno studiati e compresi se vogliamo che la nostra testimonianza continui ad essere insieme generosa e competente. Ecco allora che i temi dell’immigrazione, del destino dei popoli del Sud del mondo fanno irruzione nelle parole di Giovanni Paolo II e si presentano come nuovi campi della missione delle Acli. «Oggi siate chiamati ad allargare i confini della vostra azione sociale, in relazione ai nuovi fenomeni dell’immigrazione e della mondializzazione».
Difficile sottrarsi a questa nuova consegna; difficile non vedere sia il legame con un ruolo tradizionale – le Acli sono state compagne di viaggio ai tanti migranti italiani del secolo scorso – che l’enunciazione di un compito nuovo: impegnare i nostri talenti perché la tutela e la promozione della dignità della persona che lavora crescano non solo in Italia, ma ad ogni latitudine. «Globalizzare la solidarietà» è l’orizzonte indicato a tutti i movimenti dei lavoratori convenuti per il 1° Maggio giubilare.
Infine vi sono due espressioni che Giovanni Bianchi e Franco Passuello utilizzano per indicare il carattere della fedeltà delle Acli alla Chiesa. «Dolce e forte» dice Bianchi (1991), «creativa ed esigente» afferma Franco Passuello (1995). Dolce e forte come è stata la testimonianza di questo Papa, sempre attento alle persone, tenero specie con i più deboli; forte nel riaffermare l’identità cristiana e la radicalità dell’annuncio dell’Evangelo. Esigente e creativa come la linea pastorale del Pontefice: mai disposto a fare sconti, ad assecondare la deriva di un cristianesimo, quasi fosse una religione new age, ma sempre pronto ad aprire varchi, a cercare incontri, a trovare nuovi linguaggi. Moderno e antico, tradizionalista e innovatore, severo e tenero: è il Papa che ha conciliato gli opposti o meglio li ha fatti vivere nella sua persona, nei suoi gesti, nelle sue parole.
Non resta che dirgli il nostro affetto e il nostro grazie ed invocare da lui, il Papa operaio, una speciale protezione per tutti gli uomini e le donne che lavorano.

Luigi Bobba

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