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Le Acli sulla Finanziaria

08 Ottobre 2005

Rinviare la soluzione dei problemi non è buona politica

Luigi Bobba: «Una manovra “di fine corsa” e piena di spot, inadeguata rispetto alla gravità dei problemi del Paese. Non resta che sostenere le poche cose buone che ci sono, limitare i danni, e poi restituire la parola ai cittadini elettori ».

Roma, 6 ottobre 2006 Una manovra “di fine corsa” e piena di “spot”, che non risponde ai bisogni del Paese: non affronta i problemi reali, ne scarica il peso sulle autonomie locali e ne rinvia la soluzione a data da destinarsi. Le Acli esprimono le loro valutazioni sulla Legge finanziaria presentata dal Governo nel giorno in cui si riunisce la Direzione nazionale dell’Associazione, e in coincidenza con la presentazione dell’iniziativa del Patronato “Diritti in Piazza“, la campagna che vedrà gli operatori e i volontari del Patronato Acli impegnati sabato 8 ottobre in 500 piazze italiane a spiegare ai cittadini la riforma delle pensioni e le novità sulla previdenza complementare.

«Il ministro Tremonti è stato davvero bravo – riconosce il presidente delle Acli Luigi Bobba – In 80 ore e con “una coperta cortissima” ha confezionato una finanziaria elettorale di grande impatto comunicativo ma, purtroppo, di assai scarsa efficacia. Ha infatti rispettato sulla carta l’impegno assunto con l’UE di riportare il deficit sotto la soglia del 3,8% fissata dall’Ecofin del 12 luglio scorso; ma sono in molti a ritenere che l’impegno non potrà essere mantenuto con una manovra così incerta ed aleatoria sulle voci d’entrata da una parte, e di contenimento della spesa dall’altra. Ha evitato al presidente del Consiglio di dover mettere lui le mani nelle tasche degli italiani, costringendo però altri a farlo al suo posto: le Regioni e i Comuni. Ha quindi riempito la Legge finanziaria di una serie di spot indubbiamente suggestivi – il taglio del 10% degli stipendi dei parlamentari, il “bonus nonni”, la Banca del Sud – che non sono certo decisivi per affrontare i problemi delle famiglie e del Mezzogiorno. E’ invece da apprezzare il taglio del costo del lavoro di un punto percentuale, anche se ben altro ci vorrebbe per ridare fiato alle nostre imprese; così come, in termini di principio, la proposta del 5×1000 per la ricerca e il volontariato potrebbe essere una delle possibili strade per realizzare la sussidiarietà fiscale. Resta il dubbio se non fosse più utile a fine legislatura aumentare la soglia della deducibilità della “Più dai, meno versi”, piuttosto che affidarsi ad un cammino forse troppo complesso per essere efficace. La sorte della de-tax qualcosa avrebbe dovuto insegnare».

L’opinione delle Acli, dunque, è che il Paese avrebbe bisogno di ben altro: di tassare maggiormente le rendite finanziarie, specie quelle di consistenti proporzioni, di origine speculativa o frutto di operazioni a breve per investire queste risorse in una riduzione consistente del costo del lavoro; di un investimento duraturo sulla famiglia e sui bambini; di una politica energetica capace di liberarci, seppure parzialmente, dalla dipendenza dal petrolio; di una valorizzazione del non profit che non sia occasionale o strumentale; di un’incisiva riforma del welfare capace di fronteggiare il crescente fenomeno della povertà e di spostare risorse sui minori, sulle generazioni future; di rispettare gli impegni assunti a livello internazionale di destinare lo 0,7% del Pil agli aiuti ai Paesi del Sud del mondo, anziché continuare a ridurre (-25%) l’importo di tali spese. «Ma chiedere questo ad un governo a fine corsa – afferma il presidente Bobba – è forse pura e semplice illusione. Prendiamo atto, amaramente, che non si è stati capaci di affrontare nessuna di queste questioni: rinviare la soluzione dei problemi non è mai una buona politica. Non resta, a questo punto, che sostenere le poche cose buone che ci sono, contrastare quelle sbagliate, e poi, approvata rapidamente la Finanziaria, restituire la parola agli elettori ».

Insomma, approvata la Finanziaria – ribadiscono le Acli – non vi è ragione alcuna, almeno guardando gli interessi generali del Paese, perché la legislatura non chiuda al più presto i battenti restituendo così la parola agli elettori.

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