Morti bianche, Patronato ACLI: ora procedere con procura nazionale del lavoro

02 Marzo 2022

“Dopo  l’ennesima morte sul posto di lavoro, basta con proclami e promesse, è tempo di passare ad azioni concrete: dobbiamo rivedere il Piano di Prevenzione, soprattutto ripensare in maniera organica a tutta la rete di soggetti che possono aiutare la diffusione della cultura della sicurezza sui luoghi di lavoro”. Così il Presidente nazionale Patronato ACLI, Paolo Ricotti.

“Purtroppo ci troviamo spesso a rilevare timori, paure, remore, quasi una vergogna, nel segnalare un infortunio sul lavoro, per questo lo dobbiamo ribadire con forza: l’incidente sul posto di lavoro non è una colpa, la salute è un diritto! La segnalazione va sempre effettuata al Pronto Soccorso o presso il proprio medico di famiglia, va fatta perché si tratta di un diritto, di una prestazione che va a indennizzare un danno subìto alla salute”.

Ricotti è intervenuto anche sul ddl che propone l’istituzione della Procura Nazionale del Lavoro: “La proposta di istituire una Procura Nazionale del Lavoro ci trova favorevoli nel momento in cui si punta non sull’inasprimento delle pene ma su una specializzazione dei magistrati, sulla centralizzazione delle indagini e sul motore di raccolta e analisi dei dati. Anche questo contribuirebbe a creare una nuova cultura della prevenzione che deve essere poi però accompagnata da incentivi per le imprese che investono in sicurezza, perché infortuni e malattie sul lavoro sono un costo diretto e indiretto per tutta la società, che potranno calare solo con uno sforzo congiunto che non lasci soli né i lavoratori né le imprese”.

È sempre più difficile parlare di numeri quando si tratta di morti e anche se il triste bollettino Covid che ci accompagna da due anni rischia di renderci insensibili, tuttavia, non possiamo trascurare un altro bollettino quotidiano a cui non viene data sempre la giusta attenzione, quello dei morti sul lavoro.

Nel 2021, secondo gli ultimi dati Inail, sono morte almeno 3 persone al giorno sul luogo di lavoro oppure mentre si recavano a lavorare, un numero inaccettabile per un paese che si definisce civile. Gli infortuni superano quota 550mila, un dato destinato a crescere se consideriamo la “stranezza” di questo 2021, funestato ancora dal Covid, con interi settori che non sono mai ripartiti al 100%. Senza considerare la reticenza a denunciare un infortunio. Gli operatori dei nostri sportelli ne sono testimoni, visto che da oltre 75 anni il Patronato ACLI è al fianco del lavoratore infortunato per dargli un servizio di tutela e assistenza completa per ottenere il riconoscimento delle prestazioni previste dall’assicurazione Inail.

Ci troviamo spesso a rilevare timori, paure, remore, quasi una vergogna, nel segnalare un infortunio sul lavoro, per questo lo dobbiamo ribadire con forza: l’incidente sul posto di lavoro non è una colpa, la salute è un diritto! La segnalazione va sempre effettuata al Pronto Soccorso o presso il proprio medico di famiglia, va fatta perché si tratta di un diritto, di una prestazione che va a indennizzare un danno subìto alla salute.

Un altro dato che spaventa è quello delle malattie professionali, in aumento del 23% circa rispetto all’anno 2020 con i 55mila casi, anche se i numeri reali, come per gli infortuni sul lavoro causa le mancate segnalazioni, sono molto più alti.

Oggi c’è bisogno della collaborazione di tutti, istituzioni, parti sociali, datori di lavoro e lavoratori, affinché si parli meno di tragedie già accadute, e maggiormente delle buone prassi e dei risultati raggiunti per ridurre in modo drastico e irreversibile questi numeri, numeri dietro i quali c’è un volto, una persona e molto spesso una famiglia.

In questa prospettiva guardiamo con favore alla proposta contenuta in un ddl attualmente in discussione presso le commissioni parlamentari, che prevede la creazione della Procura Nazionale del Lavoro con la “funzione di coordinamento delle indagini nei procedimenti per reati in materia di igiene e sicurezza nei luoghi di lavoro”.

La Procura Nazionale del Lavoro inoltre, ancora più importante, dovrà assolvere alla funzione di centro di raccolta e analisi dei dati sugli incidenti da lavoro e questo costituirebbe un primo passo verso la ricerca di soluzioni concrete, con l’attuazione di azioni sistemiche ed efficaci in ordine ai problemi che insidiano maggiormente la sicurezza sul lavoro.

Le imprese dovrebbero essere spinte a investire sempre di più in sicurezza non solo per senso di responsabilità ma ancor più per “convenienza”, anche perché il fenomeno degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali sono un costo diretto e indiretto pari al 6,3% del Pil italiano (studio dell’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro – 2019).

Questo investimento in sicurezza, da parte delle aziende va sostenuto da parte dello Stato e accanto a questo sistema incentivante rimane una rivoluzione di fondo da portare avanti, quella cioè di strutturare in modo organico e costante il coinvolgimento di tutta la rete di soggetti possibili, per la diffusione della cultura della sicurezza nei luoghi di lavoro fin dall’età scolastica.

In altre parole, la cultura della salute e la sicurezza, più che una risposta all’emergenza (che è dovuta) deve essere considerata come la base stessa del lavoro, una conditio sine qua non, un minimo comune denominatore che accompagni il lavoratore da quando inizia fino all’età del pensionamento.

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