Il lavoro domestico, più di ogni altro, è fatto di relazioni, fiducia e quotidianità condivisa.
«Dietro ogni contratto di lavoro che apriamo, c’è una storia di vita», racconta Paolo Badocchi, referente del Servizio Paghe Lavoro Domestico di CAF ACLI. «Le pratiche sono solo la parte visibile di un mondo complesso e spesso invisibile, che cerchiamo di supportare attraverso il nostro lavoro quotidiano».
Come rilevato dal Dossier Statistico Immigrazione 2025, elaborato dal Centro Studi e Ricerche IDOS e presentato a Trento a novembre, l’81% degli assistenti familiari proviene dall’estero: donne, per lo più, che si prendono cura dei nostri anziani, delle nostre case, spesso a costo di grandi sacrifici personali. Sempre secondo il Dossier, negli ultimi anni il settore sta perdendo occupati: in Trentino sono mille in meno rispetto al 2015, con un calo del 4% tra il 2024 e il 2023.
Dietro le cifre, ci sono volti
Come quello di una badante convivente che aveva bisogno di una sostituzione temporanea di un paio di mesi per tornare nel suo paese di origine. «La famiglia è stata agevolata nella ricerca di una nuova figura perché per la sostituzione si è resa disponibile la figlia della badante, arrivata dall’estero. – racconta Paolo Badocchi – Doveva fermarsi due mesi, ma poi ha deciso di restare in Italia».
Molte di queste donne sono ormai parte del tessuto locale. C’è chi dopo vent’anni di lavoro si è licenziata per un impiego diverso, ma la famiglia assistita le ha lasciato l’appartamento accanto, in comodato d’uso gratuito. Un gesto che racconta più di mille parole quanto si possa diventare “di casa”.
Altre storie parlano di nuove forme di stabilità: marito e moglie ucraini, entrambi badanti, ma in famiglie diverse; lei a ore, lui convivente. «Capita spesso che gli uomini vengano impiegati per assistere altri uomini o per lavori fisicamente pesanti», spiega Paolo.
C’è anche chi, dopo anni di convivenza, si è innamorata e sposata con l’assistito, e chi, invece, con qualche ora di lavoro alla settimana cerca di avvicinarsi alla pensione. Molte lavoratrici chiedono oggi meno ore e rapporti non conviventi, per alleggerire il carico fisico. L’età media delle lavoratrici domestiche è in aumento, e anche per questo la flessibilità diventa una necessità.
Poi ci sono i casi di riscatto silenzioso: donne che hanno messo da parte i risparmi e costruito una casa nel loro paese d’origine, altre che restano anche dopo la pensione, perché qui ormai hanno la loro vita. Alcune, più giovani, cambiano strada: «Una ragazza di 35 anni, dopo cinque anni come badante, ha trovato un compagno e ora lavora in un altro settore. È il segno che l’integrazione talvolta funziona».
Non mancano le storie amare. Laureate nel loro paese che non riescono a far riconoscere i titoli e accettano di lavorare come collaboratrici domestiche. Un capitale di competenze spesso sprecato, ma anche la dimostrazione di una determinazione straordinaria.
Dopo il picco di regolarizzazioni durante la pandemia, oggi vediamo un ritorno ai livelli pre-Covid, con un presumibile aumento del lavoro sommerso. «È un peccato – conclude Paolo – perché la regolarità non è solo una questione burocratica ma significa più tutele e diritti».
Categoria
Lavoro domestico