Le disuguaglianze minano la democrazia

30 Aprile 2026

“Prendere ai ricchi per dare ai poveri” abbiamo titolato il numero di aprile di Aclitrentine, con una intervista a Riccardo Staglianò che ha fatto propria la proposta di Oxfam Italia di tassare i super ricchi, nella direzione di una vera equità fiscale. Una linea di azione che Emiliano Manfredonia, presidente nazionale delle Acli, condivide e rilancia.
Ecco le sue risposte alle domande della redazione.

Presidente, innanzitutto le chiediamo una valutazione sull’aumento progressivo delle diseguaglianze e se ritiene che una minima patrimoniale possa servire a migliorare la situazione dei più deboli 

I numeri ci raccontano un Paese che sta andando nella direzione sbagliata, e sarebbe disonesto ignorarli. Nel 2025, secondo Oxfam, il 10% più ricco delle famiglie italiane possedeva oltre 8 volte la ricchezza della metà più povera. Appena quattordici anni fa, quel rapporto era di 6,3. Non è una statistica astratta: è la fotografia di una società che si sta polarizzando, in cui le traiettorie di vita divergono sempre di più a seconda del punto di partenza. In 14 anni, la ricchezza del 10% più ricco delle famiglie italiane è aumentata di oltre 7 punti percentuali, mentre quella del 50% più povero è diminuita di quasi 1 punto percentuale. Questo è il modello economico che abbiamo costruito, o meglio lasciato costruire: non distribuisce, non valorizza il lavoro, non innova, ma accumula. E lo fa in modo sempre più concentrato. Per rendere l’idea: il 5% più ricco delle famiglie italiane possiede quasi il 20% in più rispetto all’ammontare complessivo detenuto dal 90% più povero della popolazione.

Dall’altro lato della forbice, nel 2024 quasi un italiano su cinque viveva a rischio di povertà di reddito, circa 11 milioni di persone con risorse inferiori al 60% della mediana nazionale. Oltre 2,2 milioni di famiglie, pari a 5,7 milioni di individui, si trovavano in condizioni di povertà assoluta. Eppure di questo non parliamo abbastanza. Riempiamo le pagine di giornale con le classifiche dei miliardari, con le ville da 18 bagni vendute a 300 milioni di dollari a Londra, con le fortune che crescono di 150 milioni al giorno. E intanto non conosciamo chi nel nostro comune, nel nostro quartiere, non riesce a pagare le bollette. Questa prospettiva va capovolta. È un cambio di paradigma culturale prima ancora che politico.

C’è un altro dato che voglio citare, perché riguarda direttamente il lavoro delle ACLI. La ricerca “Quando i soldi per le cure non bastano”, realizzata da ACLI e CAF ACLI insieme a NeXt Nuova Economia per Tutti e all’Università di Roma Tor Vergata, e basata sull’analisi di oltre 8 milioni di dichiarazioni dei redditi tra il 2019 e il 2024, ha documentato l’esistenza di un vero e proprio razionamento sanitario implicito: i contribuenti con i redditi più elevati spendono mediamente tra quattro e cinque volte in più rispetto a quelli con i redditi più bassi per le cure “di tasca propria”. A parità di condizioni di salute, i contribuenti più poveri spendono tra i 1.000 e i 2.000 euro in meno all’anno in cure sanitarie rispetto ai più abbienti. Il nostro Servizio Sanitario Nazionale è formalmente universale, ma nella pratica chi ha meno risorse rinuncia, rimanda o riduce le cure, mentre chi può permetterselo si sposta sul privato. Le disuguaglianze economiche, insomma, si trasformano in disuguaglianze di salute, di aspettativa di vita, di dignità.

E poi c’è una questione che dovrebbe farci interrogare (se non sbigottire!): in Italia il 63% della ricchezza dei miliardari è frutto di eredità – sempre secondo Oxfam – il doppio rispetto alla media mondiale. Non stiamo parlando di investimenti, di imprenditorialità, di innovazione. Stiamo parlando di una società sempre più “ereditocratica”, in cui il punto di partenza conta molto più del talento e dell’impegno. Nel prossimo decennio si stima che almeno 2.500 miliardi di euro passeranno di mano per via ereditaria, in un contesto caratterizzato da un prelievo molto blando sulla ricchezza trasferita.
Ed è qui che si apre la questione della patrimoniale, o meglio, di una riforma fiscale seria e coraggiosa. Non si tratta di colpire il risparmio familiare o il piccolo patrimonio costruito con decenni di lavoro. Si tratta di tassare le rendite improduttive, l’accumulo speculativo, le grandi eredità che oggi sfuggono all’imposizione reale attraverso fondazioni, società di gestione, strumenti costruiti appositamente per aggirare le regole a cui tutti gli altri sono soggetti.

Il programma, in realtà, è semplice da enunciare: valorizzare e tutelare il lavoro, tassare chi specula e chi si arricchisce con le rendite, aiutare chi investe, redistribuisce e crea sviluppo reale. Non è ideologia, è buon senso economico. Ed è l’unica strada per rimettere al centro le persone, prima che i patrimoni.

Il tema della giustizia sociale, dell’equità fiscale, della redistribuzione della ricchezza, potrebbe diventare una battaglia per una campagna delle Acli nazionali coinvolgendo i territori che si traduca in pressione e proposta politica? 

Sì, senza esitazioni. E aggiungo: è già la nostra battaglia, non una novità. Il problema, in Italia, è che su questi temi si è costruita una sorta di autocensura collettiva. Si ha quasi paura a pronunciare le parole “giustizia fiscale” o “redistribuzione della ricchezza”, come se fossero slogan di un’altra epoca o di una specifica parte politica. Ma non è così. Sono tra i valori fondativi del patto civico su cui è stata costruita l’Italia democratica. E le ACLI esistono, da oltre ottant’anni, anche per dare a quei principi attuazione concreta, nella vita delle persone, nei territori, nelle proposte politiche. Quindi sì: questo può e deve diventare una campagna. Non una campagna di testimonianza, ma di approfondimento, confronto e proposta politica. Con i numeri alla mano, con le storie delle persone, con la forza di una rete che arriva fin dentro i quartieri e i comuni più piccoli del Paese. Siamo presenti ovunque, e questo è un vantaggio enorme quando si vuole trasformare un’idea in movimento.

Sul merito, la direzione è chiara. Tassare le rendite improduttive, il capitale che nasce dalla speculazione e non dalla creazione di valore reale. Tassare gli immobili inutilizzati, quelli che stanno fermi come riserva di valore per chi li possiede, mentre milioni di famiglie fanno fatica a trovare una casa da acquistare o da locare. Premiare chi investe, chi crea lavoro, chi redistribuisce e fa crescere i territori. È una logica semplice ma rivoluzionaria nel contesto attuale: non punire la ricchezza in quanto tale, ma distinguere tra la ricchezza che genera benessere collettivo e quella che si chiude in sè stessa, specula, si accumula e si tramanda senza produrre nulla per nessuno.

Quando leggiamo che la borsa “ha bruciato” miliardi, dobbiamo smettere di farci ingannare da quella metafora. Quei soldi non bruciano. Non scompaiono. Si spostano — quasi sempre dai tanti ai pochi, attraverso meccanismi speculativi che chi ha già capitali sa usare molto bene. È la legge fisica applicata all’economia: nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. Il problema non è che la ricchezza sparisca, ma che si trasformi sempre nella stessa direzione: verso l’alto, verso chi già ha, verso chi già può. Il nostro compito è portare l’attenzione sulla necessità di invertire quella direzione, o almeno, di provare a restituirle un equilibrio.

Per le ACLI questo non è un impegno futuro o eventuale. È l’impegno di oggi. È la ragione per cui siamo nelle sedi istituzionali, per cui portiamo dati e proposte ai tavoli della politica. La giustizia sociale non è un’utopia da evocare nelle celebrazioni: è un cantiere aperto, ogni giorno, in ogni territorio dove una persona non riesce ad arrivare alla fine del mese, dove una famiglia rinuncia a curarsi, dove un giovane fa i bagagli e parte perché qui non vede futuro. Quello è il nostro campo. E da lì non ci muoviamo.

La chiave sta nella narrazione: parlare di “patrimoniale” non paga in termini di consenso: in che modo le Acli potrebbero contribuire a farlo diventare politicamente popolare? 

La parola “patrimoniale” è una trappola linguistica. E se vogliamo essere onesti, è una trappola in cui non dobbiamo cadere noi per primi. Quella parola evoca, nell’immaginario collettivo, una tassazione selettiva e arbitraria, una torsione del diritto fiscale ai danni di qualcuno. Non è questo quello che chiediamo, e non è questo in cui crediamo.

La nostra Costituzione, all’articolo 53, dice una cosa chiarissima: tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva, e il sistema tributario è informato a criteri di progressività. Non c’è bisogno di inventare nulla di nuovo. C’è bisogno di applicare davvero ciò che già c’è scritto. Quello che proponiamo si chiama progressività, non patrimoniale. Si chiama equità fiscale. E su questi valori – che sono costituzionali prima ancora che politici – le ACLI si sono sempre impegnate e si impegneranno sempre.
Da quando si è insediato questo Governo, peraltro, che si era presentato con la promessa di abbassare le tasse, la pressione fiscale – complici senz’altro anche ulteriori fattori esogeni – è al livello più alto degli ultimi undici anni. Secondo i dati ISTAT, nel 2025 la pressione fiscale ha raggiunto il 43,1% del PIL, in aumento di 0,7 punti percentuali rispetto al 42,4% del 2024: il valore più alto dal 2014.
E il peso non è distribuito equamente: dipendenti e pensionati generano oltre l’80% del gettito IRPEF totale nazionale. Chi lavora, paga. Chi specula, molto meno.
Siamo da sempre contrari alla flat tax e a qualunque formula che appiattisca la contribuzione e scarichi il peso sulle spalle di chi ha meno. La progressività non è una punizione per i ricchi: è il fondamento di un patto sociale in cui ognuno contribuisce secondo le proprie possibilità. Le ACLI possono fare da cassa di risonanza di questa narrazione, nei territori, nelle parrocchie, nei circoli, nei patronati: lì dove la gente non legge i rapporti Oxfam o i comunicati politici ma sente concretamente il peso delle bollette, del ticket sanitario, della rata del mutuo.

Se venisse introdotta una simile patrimoniale solidaristica, a quali priorità dovrebbero essere destinate le risorse?  

Prima di rispondere a dove andrebbero le risorse, vale la pena dire una cosa su come vengono usate adesso. Troppo spesso i grandi capitoli di spesa pubblica — sanità, previdenza, welfare, istruzione — vengono trattati come cassetti da cui attingere per finanziare misure estemporanee, provvedimenti una tantum pensati per conquistare qualche punto di consenso nell’immediato. È una logica miope e, alla lunga, devastante. Le risorse che deriverebbero da una fiscalità più equa — che tassi, come abbiamo detto, davvero le rendite improduttive e i grandi patrimoni speculativi o le grandi eredità — devono essere destinate a investimenti strutturali per lo sviluppo, non a rattoppi. A partire dal lavoro: non basta avere un’occupazione per non essere poveri. Cresce l’incidenza della povertà assoluta tra le famiglie con una persona di riferimento occupata, confermando come il lavoro, da solo, non basti più a evitare la trappola della povertà. Occorre sostenere salari dignitosi, stabilità contrattuale, formazione continua. Il secondo fronte è la sanità. Ne abbiamo già parlato — i dati della nostra ricerca ACLI-NeXt sono inequivocabili: i contribuenti con redditi più elevati spendono mediamente tra quattro e cinque volte in più in cure sanitarie rispetto a quelli con redditi più bassi. Questo è il risultato di un sistema pubblico che si è ritirato, lasciando spazio a un accesso privatizzato e selettivo. Servono investimenti seri, non tagli mascherati da “efficientamento”. Poi c’è la questione giovani: l’Italia perde ogni anno migliaia di under 35 qualificati che scelgono di costruire la propria vita altrove, perché qui non trovano prospettive. Servono strumenti — abitativi, formativi, lavorativi — che rendano possibile restare e costruire. Non incentivi spot, ma politiche di sistema. E infine la previdenza, che è la grande questione irrisolta: un sistema che lascia scoperte intere generazioni di lavoratori discontinui, precari, con carriere frammentate, non è sostenibile né giusto. La bussola, in tutti questi ambiti, deve essere la programmazione di medio e lungo periodo. Non le mance preelettorali, non le misure annunciate a reti unificate e poi dimenticate. Ma un’idea di Paese che investa oggi per raccogliere domani – in coesione sociale, in capitale umano, in democrazia. Perché – e non è un’iperbole – le disuguaglianze, se lasciate crescere, minano anche la tenuta democratica di una società. E questo è forse il rischio più grave di tutti.

C’è poi una spesa che cresce in questi ultimi anni. Ed è quella per gli armamenti. Non per la difesa ma per armarsi. Ecco lì invece dobbiamo essere fermi nel dire che quella è una spesa improduttiva, incapace di generare valore, di innescare processi virtuosi. Non è solo una questione morale. Investire in armi crea una spirale pericolosa che impoverisce il tessuto produttivo deviando investimenti importanti per la crescita economica del nostro paese.

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Mondo ACLI