Testimonianza di Francesco Patton a Sarnonico 2025

05 Agosto 2025

Cari amici delle ACLI e cari parrocchiani,
vi saluto col saluto che usava san Francesco: il Signore vi dia pace!
Sono fra Francesco Patton, un frate trentino, che negli ultimi nove anni ha avuto la possibilità di servire la Chiesa in Terra Santa, una terra per noi cristiani importantissima perché qui è nato, è vissuto, ha predicato e operato il Signore Gesù, qui lui è morto e risorto per noi, per introdurci nella vita stessa di Dio. Quando io sono arrivato in Terra Santa, nel 2016, era la guerra in Siria ad attirare l’attenzione: la battaglia di Aleppo era la più feroce tra quelle in corso. Oggi è in corso un’altra guerra e un’altra battaglia, ancor più feroce, a Gaza.
Questo ci porta a ricordare che quando ci sono guerre, i cristiani, proprio perché sono la parte più piccola e debole, sono quelli che soffrono maggiori perdite. Difatti le ultime guerre hanno letteralmente decimato la comunità cristiana in tutto il Medio Oriente. La guerra dell’Iraq, iniziata nel 2002 ha visto una riduzione della presenza cristiana da un milione e mezzo di fedeli a 200.000. In Siria la guerra è iniziata nel 2011 e la presenza cristiana è passata da 2.200.000 a 400.000 unità. A Gaza: la comunità cristiana, che già si era ridotta da 5.000 a 1.000 fedeli, adesso si è ridotta da 1.000 a 500. Quindi, dove ci sono guerre, i cristiani, essendo la parte più debole, sono fortemente tentati di emigrare e diminuiscono. Non pochi muoiono martiri per rimanere fedeli a Gesù Cristo.
Nel contesto israelo-palestinese ha inciso molto, negli ultimi anni, la crescita di una politica e di una cultura estremista; infatti, sono diventati sempre più influenti i coloni, che sono dei fondamentalisti sia dal punto di vista del nazionalismo politico, sia dal punto di vista del nazionalismo religioso. Ciò ha portato il paese sempre più in direzione di un’identità nazional religiosa. Non dobbiamo mai dimenticare che lo Stato di Israele era nato come uno Stato quasi socialista e sta diventando sostanzialmente uno Stato “religioso”. Quindi l’evoluzione è stata molto forte. Negli ultimi anni, è diventata determinante la presenza nel governo di ministri che provengono dal mondo dei coloni, portatori di un fondamentalismo nazionalista e religioso, che vuole il Grande Israele, dal fiume al mare.
È tristemente interessante notare come i coloni e Hamas agiscano per lo stesso fine: i coloni vogliono il Grande Israele dal fiume al mare, e Hamas vuole la Grande Palestina dal fiume al mare. Cioè, tutti e due vogliono avere questa terra in esclusiva. Allora, quando tu vuoi avere qualcosa in esclusiva, che cosa fai? Cerchi di mandar via tutti gli altri, fai pulizia etnica, fai tutta una serie di cose che sono contro le persone che non appartengono al tuo gruppo e contro la loro dignità. E, lo ripeto: da una parte e dall’altra ci sono strane coincidenze di obiettivi e di pensiero, e anche di metodo.
È con questa realtà che tutte le Chiese devono e dovranno confrontarsi ancora per molti anni qui in Terra Santa e in tutto il Medio Oriente, ma anche in molti altri paesi che attualmente soffrono a causa di guerre nate per ragioni economiche o di potere ma nelle quali viene strumentalizzata la dimensione religiosa per giustificare l’uso della violenza. Questo è semplicemente diabolico.
Ciononostante, noi non dobbiamo avere paura. Come ci ricorda Gesù nel Vangelo, dobbiamo essere prudenti come i serpenti e semplici come le colombe: questo sempre e in ogni contesto. Il che vuol dire, ad esempio, che noi non dobbiamo mai legarci a nessun carro politico, né in Israele e Palestina, né in Siria, né in Libano, né in nessun altro posto. Noi non siamo i chierichetti di questo o di quel regime politico, di questo o quel partito, di questa o quella impostazione dello Stato. Al tempo stesso, noi dobbiamo cercare di essere capaci di cooperare con chiunque, per il bene della piccola comunità cristiana e della gente comune.
Sorge naturale, per voi come per noi, la domanda: cosa possiamo fare?
Come ci insegna Gesù nel discorso della montagna, la prima cosa da fare è sempre pregare: pregare anche per chi ci fa il male, pregare perché sia possibile una qualche forma di riconciliazione, pregare per non perdere la speranza e una prospettiva di vita, pregare per riuscire a perdonare, pregare per tenere il cuore libero dall’odio e dalla sete di vendetta.
Se non vogliamo restare intrappolati nelle sabbie mobili dell’odio, quando ci sono conflitti, è poi importante non assumere l’atteggiamento dei tifosi, ma quello empatico di chi sta dalla parte di ogni persona che soffre, senza discriminazioni di lingua, di nazionalità o di appartenenza religiosa. Perché nei conflitti sono sempre coinvolte persone, e quindi non si tratta di fare il tifo per una squadra che gioca contro un’altra. Bisogna sapere che in un conflitto c’è gente che muore da una parte e dall’altra. Allora bisogna cercare di comprendere bene quelle che sono le sofferenze e le difficoltà che vivono gli uni e gli altri.
Questo vale per tutti noi: bisogna cercare di capire la sofferenza delle persone. Bisogna riuscire a capire la sofferenza delle famiglie degli ostaggi israeliani, che da due anni non vedono un figlio, un congiunto… e bisogna capire la sofferenza di quelli che stanno a Gaza, che da due anni sono bombardati, affamati, privati dell’acqua, privati della possibilità di andare a scuola, hanno gli ospedali distrutti, le chiese e le moschee bombardate, eccetera eccetera. Capire la sofferenza, dal mio punto di vista, è fondamentale. Ed è importante ricordare che le sofferenze degli uni e degli altri sono di gran lunga precedenti al 7 ottobre 2023.
Questo comporta anche educarsi a qualcosa di diverso dal seguire l’istinto di vendetta e non farsi prendere dentro questo meccanismo perverso che è il meccanismo dell’odio che alimenta l’odio.
Possiamo e dobbiamo anche far pressione sui governi, questo è certo. Dobbiamo far pressione sul governo italiano, perché a sua volta faccia pressione sul governo israeliano, spingendolo a terminare questa guerra, a terminare il bombardamento dei civili e delle strutture essenziali come ospedali, scuole e luoghi di culto, a terminare l’uso della fame e della sete come arma di guerra che fa morire soprattutto i bambini. Dobbiamo far pressione sul governo italiano perché a sua volta faccia pressione anche sui paesi del Golfo perché essi stessi costringano Hamas a liberare gli ostaggi, a deporre le armi e a non tenere più in ostaggio la popolazione civile palestinese. Questo è qualcosa che possiamo e dobbiamo fare, assolutamente. E in tutti i modi: inviando email al Governo, manifestando pacificamente, riunendo il maggior numero di associazioni sensibili a sostenere questo tipo di protesta pacifica.
In questo momento possiamo e dobbiamo far pressione, attraverso il nostro governo, perché a Gaza possano entrare gli aiuti alimentari e medici: questo va fatto, assolutamente; e far pressione perché non si vendano più armi né agli uni né agli altri. Questo vuol dire far pressione perché venga rispettata la dignità delle persone in quanto persone, indipendentemente dalla loro religione o etnia di appartenenza: questo è assolutamente necessario, perché – come ci insegna la prima pagina della bibbia – ogni persona umana è creata a immagine e somiglianza di Dio.
Dobbiamo infine ricordare che quello che chiediamo agli altri dobbiamo in primo luogo essere disposti a farlo noi.
Pace e bene,

fr. Francesco Patton

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Mondo ACLI