Il Trentino deve ripartire dalla lezione di Stava

19 Luglio 2025

L’anniversario. Ripartiamo dalla lezione di Stava

 

I quarant’anni che ci separano dalla catastrofe seguita al cedimento dei bacini di Prestavel ci esortano a ricordare anche la stagione di impegno civile, politico e amministrativo che il Trentino seppe avviare quale risposta di responsabilità a partire da quell’immane tragedia.
Il «dopo Stava» assunse pertanto la cifra di un nuovo inizio reso possibile grazie all’introduzione di nuove politiche volte alla pianificazione e infrastrutturazione del territorio e alla prevenzione dei rischi.
Protagonista di quell’insuperata fase riformatrice fu sicuramente Walter Micheli che, pochi mesi dopo il disastro, assunse la carica di assessore provinciale all’ambiente, al territorio e alle foreste contribuendo in maniera determinante al cambiamento di paradigma rispetto ad un’idea di sviluppo che doveva scontrarsi non solo con visioni di tipo «estrattivo, volte per lo più ad interventi di rapina delle risorse, ma anche e soprattutto con i limiti e le fragilità della montagna.

Grazie a quella stagione di impegno ambientale, sostenuta da un ampio schieramento politico e sociale, il Trentino seppe reagire e pianificare una serie di interventi strutturali improntati ad un modello di sviluppo che considerava il limite come un’opportunità per qualificare l’economia e il valore della comunità.
Elementi sostanziali di quel processo innovativo furono il Piano urbanistico provinciale del 1987 con la definizione delle aree di tutela ambientale e delle zone a rischio, le leggi sulla Valutazione di Impatto Ambientale, sull’ordinamento dei parchi naturali e sulla tutela dei biotopi.
Altri tasselli fondamentali furono il Progettone per i lavori socialmente utili, la legge sul ripristino ambientale e altri interventi che riguardarono la valorizzazione ed il recupero dei centri storici, la cultura del territorio, la difesa della flora e della fauna alpina.
E inutile aggiungere che gli anni che ci separano da quella fase storica sono pervasi da numerosi tentativi, purtroppo riusciti quasi del tutto, di erodere quel patrimonio di responsabilità e lungimiranza che aveva preceduto e accompagnato anche il processo di consolidamento e realizzazione dell’Autonomia speciale grazie alla chiusura del Pacchetto e della “questione sudtiroleses”.

L’idea di Trentino che si è affermata negli ultimi decenni evidenzia invece la supremazia di una visione della montagna intesa come «distretto dell’intrattenimento» al servizio delle aree metropolitane con la conseguente perdita dei tratti identitari e dello spirito di responsabilità che avevano guidato le comunità locali nelle epoche precedenti.
La svendita del territorio potrebbe diventare pertanto prassi ordinaria anche negli anni a venire se la comunità stessa non saprà reagire al problema più delicato e profondo che la riguarda, ovvero quello dell’indifferenza e dell’abbandono della partecipazione.
E pertanto necessario ripartire da Stava e dalla lezione che ne è seguita per richiamare, anche attraverso un rinnovato ottimismo, l’esempio storico di una comunità e di una classe dirigente che hanno saputo prendere in mano il loro destino per progredire insieme sulla strada di un modello di sviluppo che poneva al primo posto gli interessi dell’ambiente, della sicurezza e delle nuove generazioni.
Anche le Acli, colpite in quell’evento dalla morte di decine di ospiti della Casa per ferie albergo Miramonti gestita dal movimento milanese, saranno sempre in prima fila affinché la lezione di Stava possa servire oggi per inquietarci rispetto alla mancanza di pensiero critico, di considerazione per l’ambiente e visione per il futuro senza le quali la montagna è destinata a soccombere per omologarsi alle «aree tristi» dell’abbandono e della marginalità.

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L'angolo del presidente