L’altro volto della montagna

22 Settembre 2025

Il triste primato riferito alle morti in montagna dell’estate che sta per finire sollecita una serie di riflessioni sul tipo di destinazione turistica che il Trentino intende diventare.

Se è vero che una certa percentuale degli incidenti in quota può essere addebitata alla fatalità, è altrettanto evidente che su queste morti pesano l’inesperienza, la mancanza di educazione, se non la completa estraneità all’ambiente montano da parte della maggioranza dei nostri ospiti, così come una pressione di contesto e di sottovalutazione del rischio derivata dal fenomeno dell’overtourism. A tale riguardo va ribadito a chiare lettere che la proposta di un contingentamento degli arrivi, specie nelle zone sensibili come i passi dolomitici, potrebbe avere delle ricadute positive non solo nella gestione dei flussi, ma anche e soprattutto nello sviluppo di un approccio più consapevole e responsabile verso l’ambiente alpino. È altrettanto evidente però che la questione del limite, sulla quale concordano ormai trasversalmente anche diverse componenti dell’imprenditoria turistica, deve sempre essere accompagnata da una serie di proposte in grado di costruire una valida alternativa che punti a migliorare la qualità del nostro sistema locale. Una di queste potrebbe riguardare l’avvio di una seria riflessione sul processo di rimozione dal nostro orizzonte socio-economico e culturale del valore della media montagna, ovvero di quello spazio che collega il fondovalle dal vero e proprio piano montano. Complice la crescita dello sci di massa, negli ultimi decenni lo sviluppo turistico ha focalizzato l’attenzione sul piano montano, mentre l’abbandono delle attività agro, silvo e pastorali ha contribuito all’uscita di scena dell’ampia fascia di territorio dove un tempo si svolgevano la maggior parte delle attività legate al sostentamento famigliare e all’economia di montagna. Da qui una riflessione sul futuro che potrebbe passare attraverso due ipotesi di lavoro.

La prima riguarda il ruolo dei settori territoriali non necessariamente investiti dal turismo di massa. Cartina alla mano stiamo parlando di una parte consistente del territorio provinciale dove insistono gli ambienti che spaziano dalla Valsugana a buona parte del Lagorai, dal Chiese alle Giudicarie esteriori (Bleggio, Lomaso e Banale), dalla Val di Gresta a buona parte del Baldo, dalla Valle di Non alle pendici delle Maddalene, dalla Vallarsa a Trambileno e Terragnolo, dalla Valle di Ledro a Tremalzo senza dimenticare altre “aree interne” quali la Valle di Cembra, la Valle dei Laghi, l’Altopiano della Vigolana, la Lessinia e altri settori importanti della Vallagarina. Si tratta di territori diversificati che presentano sia le caratteristiche di spazi a potenzialità inespressa dal punto di vista turistico, sia i caratteri di vere e proprie aree marginali e a rischio di abbandono. Ciò che li unisce è una sorta di destino comune che ne fa delle aree geografiche diverse e pertanto complementari ai grandi distretti dell’intrattenimento dove si concentra la maggior parte della pressione turistica e del marketing. Sono in larga parte dei vuoti che si contrappongono al troppo pieno dell’overtourism. In questa situazione è facile pensare a questi territori come a delle destinazioni di un modello alternativo di offerta turistica in grado di diventare un supporto organico della resistenza in quota, attento alle potenzialità di una montagna domestica e spesso dimenticata, funzionale a progetti di sviluppo integrato in alleanza con l’agricoltura ed orientati alla dimensione green e sostenibile del turismo.

Non va poi dimenticato, e siamo alla seconda considerazione, che la “montagna di mezzo”, come la definisce Mauro Varotto in un saggio pubblicato da Einaudi, esiste anche nelle aree turistiche primarie. Il problema è che la percezione di questo ambiente, che un tempo rappresentava una sorta di palestra naturale per introdurre il viandante verso la vera pratica alpinistica, è stata semplicemente annullata dagli impianti di risalita e dai parcheggi in quota che riversano sempre più in alto moltitudini di visitatori spesso impreparati ad affrontare la montagna. Perché allora non offrire ai nostri ospiti, con buona pace delle società impiantiste, la possibilità di scoprire ed apprezzare, anche attraverso i sentieri che partono dai paesi, mete più ravvicinate e sicure in grado di valorizzare ambienti naturali altrettanto densi di conoscenza ed esperienza?

Una riflessione attenta alle innumerevoli potenzialità insite nella montagna di mezzo, nonché consapevole delle pesanti conseguenze del suo abbandono derivato dai fenomeni di degrado collegati alla wilderness di ritorno e al re-inselvatichimento, potrebbe inoltre indurre a considerare come una grande opportunità per le comunità locali la definizione di un patto per la media montagna che unisca in una filiera di condivisione e proposta i soggetti attivi dell’economia, della cultura e delle forze sociali. Un patto per ridare speranza ed energie ad una parte fondamentale del nostro territorio senza il quale verrebbero meno le stesse prerogative dell’Autonomia e dell’autogoverno.

 

(pubblicato sull’Adige del 12 settembre)

 

Categoria

L'angolo del presidente