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Specchio d'acqua

07 Giugno 2010

Articolo di Stefano Femminis – Direttore di Popoli 
L’Italia degli anni Dieci, un po’ sonnecchiante quanto a impegno civile e partecipazione sociale, ha battuto un colpo. La raccolta di firme per indire il referendum abrogativo della cosiddetta «legge Ronchi», la quale apre le porte alla privatizzazione dell’acqua, è stata un successo. A metà maggio le firme erano già 516mila: in meno di un mese di banchetti è stata dunque raggiunta la soglia minima richiesta.

È una conferma, per quanto piccola, di una tendenza che va ben oltre i confini nazionali. Attorno all’«oro blu» sempre più frequentemente si confrontano e si scontrano interessi, scelte politiche, visioni del mondo. Ancora meglio, potremmo dire che l’acqua, la sua tutela, il modo in cui viene utilizzata rappresentano un paradigma perfetto, un’efficace chiave interpretativa dell’umanità del terzo millennio: qual è il nostro modo di vivere insieme?

 Quali sono i criteri che regolano i rapporti tra gli inquilini del «condominio globale»? L’approccio alla risorsa-acqua, anzitutto, svela le contraddizioni del nostro modello di sviluppo e solleva interrogativi sulla sua sostenibilità: basti pensare al riscaldamento globale e alla desertificazione che mettono a rischio le fonti idriche; ai drammatici squilibri nella distribuzione dell’acqua potabile (da una parte 1,6 miliardi di persone che non vi hanno accesso, dall’altra il 12% della popolazione mondiale che ne consuma l’85%, con la punta dei 425 litri giornalieri consumati in media da uno statunitense); al business dell’acqua in bottiglia che muove circa 80 miliardi di dollari all’anno (5 miliardi e mezzo nel nostro Paese, al terzo posto per consumo pro capite) e al conseguente inquinamento (trasporti, plastica, ecc.); alle tensioni geopolitiche connesse al controllo di accessi al mare, dighe, fiumi (ad esempio la contesa sempre più rovente per lo sfruttamento delle acque del Nilo, che coinvolge sei nazioni africane). 
E se dal Cile alla Bolivia, dall’India al Brasile, si moltiplicano le sollevazioni popolari contrarie alla privatizzazione dell’acqua, è difficile pensare che si tratti solo di una questione ideologica o di un problema di portafoglio (per quanto quest’ultimo sia rilevante, a causa degli aumenti tariffari che spesso conseguono alle privatizzazioni). 
C’è qualcosa di profondamente radicato nella coscienza collettiva, qualcosa di ancestrale che le persone e i popoli sentono minacciato (e non è un caso che l’acqua sia un simbolo denso di significati per tutte le grandi tradizioni religiose). 
Forse l’acqua è percepita come l’ultimo baluardo nei confronti di una mercificazione onnivora, l’ultima trincea superata la quale i concetti di bene pubblico e diritto universale rischiano di estinguersi. In questo senso, l’acqua ci dice quale spazio vogliamo lasciare, nel terzo millennio, al senso di comunità, all’idea che esista qualcosa che non è «mio» o «tuo», ma semplicemente «nostro», quale creatività sappiamo mettere in campo per risolvere in modo pacifico i conflitti, quale solidarietà verso le popolazioni più povere e quale responsabilità verso le generazioni future vogliamo esercitare. 
Ci dice, infine, quale rispetto sappiamo ancora provare verso una realtà che ci trascende e da cui riceviamo questo dono, da usare per il bene comune.

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